Fabio Stassi

quelle: it.wikipedia.org/wiki/File:Fabio_Stassi.jpg

Dank Fabio Stassi wird das Sprachsalzblog 2010 multilingual, da er uns eine Kostprobe aus dem italienischen Original seines Romans La rivincita di Capablanca (deutsch: Die letzte Partie) zukommen lässt.

Ausschnitt aus dem Roman "La rivincita di Capablanca"

A osservare tutta la vita una scacchiera, con ogni pezzo fermo a presidio della sua zona, Capablanca aveva ora iniziato a chiedersi quali relazioni intercorressero tra i pedoni di una stessa compagine. Tra quelli campochiaro e quelli camposcuro gli era più facile comprenderlo. Fronti che si opponevano secondo schemi che aveva osservato migliaia di volte. Ma all'interno di uno stesso colore, da un solo lato del tavolo, cosa univa un pedone a un altro? che legame correva tra un cavallo e un alfiere, tra le due torri, tra la donna e il re…? ogni metà scacchiera disegnava la trama di tutte le linee di forza che agiscono all'interno di una famiglia o di un esercito. Bisognava imparare a leggerle. Con le loro regole formali, il ventaglio delle varianti, i raggi d'azione e, alla fine, l'arrivo sempre puntuale di un errore. L'aprirsi di una crepa. Una frattura che nessun re sarebbe stato capace di prevedere, e annullare.
In Olanda era rimasto spesso con la mano sospesa per aria, incerto sulla mossa. In realtà quello che gli era venuto a mancare non era più la sicurezza che l'aveva reso così famoso in tutto il mondo. La verità era che non si fidava più dei suoi alfieri, aveva paura che i cavalli o le torri stessero congiurando contro di lui. Era una sensazione sconosciuta. Come se di colpo la sua stessa mano gli fosse divenuta estranea, e nemica.
A studiare e ristudiare le sconfitte di Morphy e degli altri grandi maestri gli sfuggiva sempre il punto di cedimento. Cosa lo aveva determinato era chiaro per l'intelligenza. Una catena di conseguenze. Ma da queste analisi mancava sempre qualcosa. Gli restava il sospetto di una malattia che si manifesta quando non c'è più tempo di rimediare. Un avvelenamento dell'organismo. L'insidia non veniva da fuori, ne era certo. Tutte le partite che aveva perso, era stato per un crollo interno e non per l'incalzare dell'offensiva avversaria. Perché si era rotto un equilibrio tra i suoi sedici pezzi e nessuno era stato capace di ristabilirlo. Per un atto di insubordinazione o di tradimento.
Forse stava impazzendo. Come quell'altro russo che aveva incontrato una volta, a Berlino, prima che la follia oscurasse il suo talento, ma senza riuscirci a giocare. Luzin, si chiamava. O come Morphy. Forse l'abitudine di visualizzare mentalmente la possibilità di un pericolo aveva corrotto anche a lui il coraggio e la ragione. Ma cosa generava la dinamica degli accadimenti? Quanti sacrifici si compivano in ogni colonna, in ogni fila, in ogni traversa? Quali alleanze, quali invidie si consumavano? Nelle posizioni di stallo chi era ostaggio di chi?
Era un gioco di mediazioni, quello, un gioco per acrobati e diplomatici com'era stato lui, una volta.
La notte prima dell'incontro di Rio Preto, nonostante Olga gli dormisse accanto, la solitudine gli ronzava nelle orecchie come una marea, il rombo ostinato e prigioniero di una conchiglia. Lo stesso rumore che doveva avvertire anche Aljechin a Parigi o dovunque fosse. Non riusciva a dormire, ma non soltanto per il vino bevuto. Gli era tornata in mente una domanda che si erano fatti una sera, per celia, a Pietroburgo. Cosa sogna un pedone, gli aveva chiesto il russo, e allora era parsa a entrambi una questione divertente. Adesso, a tanti anni di distanza, la faccenda gli suonava più misteriosa, e ostile. E per poco, in questa camera arredata con umiltà, ebbe l'impressione di avere capito. Cambiare natura. Raggiungere l'ottava traversa. Non rassegnarsi all'infelicità del proprio stato. La chiave di tutto era nell'ansia di una metamorfosi, nel sogno dei pedoni di diventare regine.
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